Card. Ravasi: “Quanto sangue, quanta miseria,…ma si rinasce”

di del 28 aprile, 2015

«Un umanista del Terzo Millennio, un intellettuale coltissimo, brillante, ma anche un divulgatore che sa spaziare e cercare il bello e il vero dappertutto. E un predicatore formidabile. È troppo, è poco, per definirsi? Lei chi è? “Le moi haïssable, l’io è odioso”», risponde. Inizia con questa meravigliosa cornice dialettica l’intervista della collega Monica Mondo al Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. “Descriversi è sempre molto difficile – ha affermato – ma dovrei dire che la mia tendenza fondamentale è quella della ricerca, della domanda, della curiosità, ed è per questo che non sono una persona particolarmente competente di un tema, bensì un ecclettico. Mi piacciono coloro che hanno un arcobaleno di colori, di interessi, all’interno del loro orizzonte intellettuale e anche umano”.

Ha risposto a una chiamata per decidere la vita religiosa?
«Avevo poco più di quattro anni. Mi ricordo un’immagine irrevocabile, fissata nella coscienza. Ero su una collina in Brianza, là dove sono le mie origini, il paese di mia mamma, che ha un nome di origine germanica molto strano, Santa Maria Hoè, e guardavo il tramonto nella valle e un treno passava. C’era uno strano fischio che lacerava l’aria e il silenzio e mi ha lasciato un’impressione particolare: era come il segno di una malinconia, e, in quell’istante, ho avuto la sensazione della fragilità dell’essere, dell’inconsistenza delle cose; in un certo senso, della morte. Da lì, il desiderio di cercare l’essere permanente, quindi il Divino».

Cosa fa venir voglia di studiare?
«Dobbiamo prima di tutto distinguere tra intelligenza e sapienza. L’intelligenza può averla anche un criminale e può essere spiccata! La sapienza, come dice il bellissimo termine di origine latina, significa avere gusto, sapore, è una qualità più completa e profonda. Platone, quando deve descrivere l’eredità del suo maestro nell’Apologia di Socrate, gli mette in bocca una frase che può essere declinata anche in maniera cristiana: “Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”. Ovvero, è necessaria l’inquietudine della domanda, dell’interrogazione, tenendo presenti che sono importanti anche le risposte. È l’inquietudine agostiniana, che non significa l’essere agitati, frenetici, ma incamminarsi lungo una strada».

Il “Cortile dei Gentili”: non pensa che i non credenti siano spesso i cristiani?
«Paradossalmente, si può dialogare più facilmente sui grandi temi da prospettive diverse, per esempio sulla vita, la morte, l’oltre vita, il sesso, l’amore, la verità, la giustizia, la stessa trascendenza. Oggi, è più difficile avere interlocutori per la malattia del nostro tempo, che io chiamo “apateismo”, ovvero l’apatia dell’ateismo, che però contagia anche i credenti».

Di fronte alla violenza disumana, non si sa dove trovare la speranza, la fiducia…
«Invece, io continuerei ad avere fiducia nell’umanità, anche per reazione. Per esempio, pensiamo solo a che atteggiamento di compassione, di partecipazione, di amore, si crea in noi, nelle nostre comunità, nei confronti delle vittime. Come diceva Pascal: “L’uomo supera infinitamente se stesso”. Guardiamo di quante miserie, quante umiliazioni, quante vergogne è lastricata la storia, da quante strie di sangue è segnata, però rinasce, si ripresenta sempre l’uomo. Perché il bene è silenzioso come la foresta che cresce, e dobbiamo sempre avere come ultima la parola dell’Apocalisse, che finisce, dopo venti capitoli di sangue, con la Gerusalemme celeste, nuova, luminosa».

Quali sono le sue consolazioni quotidiane?
«Il mio divertimento è leggere, devo confessarlo. Ma ciò che mi consola di più è incontrare le persone. Ho avuto la fortuna – spesso, nei Paesi dove viaggio o dove vivo ancora talvolta quando risalgo nella provincia del Nord – di riscoprire la sapienza in una persona anziana, o, adesso, nel Cortile dei Gentili, nei bambini,… Quell’improvvisa “genialità” a livello culturale e spirituale che tu non hai, pur essendo magari realisticamente più intelligente, o più colto, ma umanamente meno “sapiente”».

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