“Rinascere dall’alto”: la Nuova Evangelizzazione (I Parte)

di del 23 giugno, 2015

«Perdonatemi se vi dico una cosa che voi non vi aspettavate, ma vi chiedo: “Fate lo sforzo di vivere l’amore castamente”». Papa Francesco, domenica 21 giugno, parlando a circa 90mila giovani, in Piazza Vittorio, a Torino, ha così argomentato l’amore. Un amore «che si fa nel dialogo»; un amore «che non usa le persone». «In questo mondo edonista – ha postillato –, in questo mondo dove soltanto la pubblicità, il piacere, “passarla bene”, fare bene la vita, io vi dico: “Siate casti”». Successivamente, ha rimarcato: «L’amore è concreto; è più nelle parole. L’amore si comunica. E la castità è un amore che considera “sacra” la vita dell’altra persona. “Io ti rispetto, non voglio usarti”». È seguito un appello: «Se l’amore è rispettoso, se l’amore è nelle opere, se l’amore è nel comunicare, l’amore si sacrifica per gli altri. L’amore diventa servizio». Considerando l’odierna crisi – anche umana, soprattutto spirituale –, «cosa devo fare?», si è chiesto il Papa. «Andare controcorrente, fare controcorrente», giacché, «se rimani fermo, non farai niente nella vita e rovinerai la tua».

Il genio “spirituale” di Papa Francesco ci apre ad una dimensione armonica ed estasiante dell’amore, orizzontale e verticale insieme, che, a partire da Dio, si apre all’umanità, irraggiandola ed irrorandola. È l’amore di chi ha speso un’intera vita accanto ai poveri, a servizio della Chiesa, in maniera saggia e sapienziale. Sì, perché la vera sapienza, la vera intelligenza sono doni dello Spirito Santo, non si apprendono dai libri (non me ne vogliano i grandi studiosi e i più prestigiosi teologi!). Lo studio, dal canto suo, affina la “grazia”, il “talento”, il “carisma”. L’amore, contrariamente, si apprende da un incontro che ci cambia la vita; da un incontro con un “Tu” che c’interpella, ci chiama per nome; un “Tu” che ci conosce sin “grembo materno”: Gesù.

In queste pagine, dunque, ripercorriamo l’esperienza di Nicodemo: “rinascere dall’alto” (Gv 3,1-11). Quest’ebreo – formatosi nella cultura giudaica –, era un fariseo, un profondo conoscitore e osservante della Torah, la legge attuata. A questi, Gesù, ebbe a dire: «Ciechi, ipocriti, attenti solo all’esteriorità, dite di vedere e rimanete nel buio, senza penetrare la profondità delle cose» (Mt 23,29). Ebbene, nel racconto evangelico, Nicodemo chiese a Gesù cosa significasse “rinascere dall’alto”: «E come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gesù gli rispose: «In verità, in verità, ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio».

Nicodemo, mosso dall’incontro con Gesù, entrò in crisi. Credeva di sapere tutto ma, in realtà, non sapeva niente. Nel Terzo Millennio, Nicodemo incarna l’immagine di un’umanità assetata, desiderosa di conoscere Cristo, l’unico che salva…da qualunque male! Gesù apparve a Nicodemo di notte, e di notte gli comunicò la “Verità”. Possiamo comprovare che, la maggior parte delle crisi si verificano di notte; non di rado, però, nella “notte”, nelle “tenebre”, nell’anima torbida, adombrata e scura, risplende la “Luce”: Dio. Le crisi attuali sfidano l’amore, provocano l’amore, mascherano l’amore. È questo ciò che Gesù vuole guarire e (ri)donare: l’amore. In altre parole, l’opera di Gesù consiste nell’“aprire gli occhi” – del cuore e dell’anima – per poi ri-donare una “nuova vita”, frutto di un innamoramento salvifico, originatosi in Lui. La vera crisi di oggi è spirituale, antropologica, umana. E non c’è più l’uomo perché non c’è più Dio. Si è smarrito l’uomo perché si è smarrito Dio. Si è disgregata la famiglia, perché si è disgregata l’unità con Dio, la comunione con Dio, l’amore con Dio. “Non amo più mio marito; non amo più mia moglie”: queste sono le frasi che, abitudinariamente, si sentono. Chiediamoci: “Amiamo Dio?”. Se così fosse, e cioè, se amiamo Dio, proviamo a mettere insieme i pezzi di un amore – oggi – disintegrato, incenerito, distrutto. In Dio c’è sempre la vittoria! In effetti, questa cultura della “morte” nasce dall’ignoranza – in termini di conoscenza pratica, non intellettiva – della cultura della “vita”, la quale affonda le sue radici in Dio, senza cui tutto è impossibile. «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,8): ecco l’invito di Gesù. Ecco la proposta di Gesù. Gratuita!

La cartomanzia, la pornografia, la depressione, l’omosessualità, la prostituzione, il gioco d’azzardo, la corruzione (pubblica e privata), insomma, tutti peccati del nostro tempo, tutti i peccati che ci separano da Dio (e dagli altri!), trovano la giusta soluzione in Lui, nel suo Amore.

Papa Francesco, c’invita ad andare controcorrente, sfidando le insidie attuali del demonio, vincendole con l’arma – indistruttibile – dello Spirito Santo, che rinnova, rigenera, trasforma, «insegna ogni cosa» (Gv 14,16-17), «dimostra la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio», «guida a tutta la verità», «annuncia le cose future» (Gv 16,13;16). In questo discorso, inseriamo il presente dossier imperniato sulla “Nuova Evangelizzazione”, a margine del quale, seguirà l’intervista al Presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, Salvatore Martinez.

Nuova umanità, uomini nuovi
Il Beato Paolo VI, negli Evangelii nuntiandi, nel definire il verbo “evangelizzare”, ha impiegato questa terminologia: «Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità; è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5)» (n. 18). Poi ha ammonito: «Ma non c’è nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e della vita secondo il Vangelo. Lo scopo dell’evangelizzazione è, appunto, questo cambiamento interiore» (n. 18). E, a rigor di logica, non c’è cambiamento, se non c’è chi, previamente, l’abbia propagato. A tal riguardo, il “Grande Timoniere” ha scritto: «Gesù medesimo, Vangelo di Dio, è stato assolutamente il primo e il più grande evangelizzatore. Lo è stato fino alla fine: fino alla perfezione e fino al sacrificio della sua vita terrena» (n. 7). E la Chiesa lo sa; di fatto, lo stesso Beato ha dettagliato che Essa «nasce dall’azione evangelizzatrice di Gesù e dei Dodici. Ne è il frutto normale, voluto, più immediato e visibile: “Andate dunque, fate dei discepoli in tutte le nazioni” (Mt 28,19). […] Nata, di conseguenza, della missione, la Chiesa è, a sua volta, inviata da Gesù. Resta nel mondo, mentre il Signore della gloria ritorna al Padre. Essa resta come un segno luminoso di una nuova presenza di Gesù, della sua dipartita, della sua permanenza. Essa la prolunga e la continua. Ed è, appunto, la sua missione e la sua condizione di evangelizzatore che, anzitutto, è chiamata a continuare. Infatti, la comunità dei cristiani non è mai chiusa in se stessa. In essa la vita non acquista tutto il suo significato se non quando diventa testimonianza, provoca l’ammirazione e la conversione, si fa predicazione e annuncio della buona novella».

In altre parole, la Chiesa «prolunga e continua nei secoli la presenza di Gesù, cioè la sua azione evangelizzatrice; un impegno sempre nuovo, perché sottoposto dallo stesso Gesù al primato dello Spirito Santo». Ciononostante, come bene insegna Paolo VI, «evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore» (n. 15). Incredibile! «È come dire: “La Chiesa, prima di parlare, torni ad ascoltare; prima di portare gli altri alla fede, si conservi nella fede! La Chiesa ha sempre bisogno di tornare al Vangelo!”». È impattante: a ridosso di quasi cinquant’anni dalla fine del Concilio Ecumenico Vaticano II, nelle parole di Paolo VI, dimorano quelle di Papa Francesco, quando, ad esempio, parlando alle Comunità di Vita Cristiana (CVC), il 30 aprile scorso, ha affermato: «Anche nella Chiesa c’è corruzione! Anche lì, il diavolo semina corruzione». Per poi suggerire: «Ma la speranza vera è un dono di Dio, è un regalo, è quella che non delude mai!». Non solo: è lo stesso Santo Padre che, a margine della sua elezione, parlando a circa seimila giornalisti, ha asserito: «Perché mi chiamo Francesco? Perché lui mi ha incarnato la povertà. Ah, come vorrei una Chiesa povera per i poveri». E lo vediamo nel linguaggio gestuale, kerigmatico, fattuale: mai nessuno, prima di lui, ha pensato di installare le docce per i senzatetto, sotto il colonnato di San Pietro; mai nessuno, prima di lui, ha ingegnato la “Misericordina”; mai nessuno, prima di lui, ha optato la distribuzione degli Evangeli. È in queste “umili” azioni che leggiamo il soffio profetico dello Spirito Santo. Fissiamo nella mente che, chi è ricolmo del Santo Paraclito, dell’“alito di vita”, «si vede» e «si sente» (At 2,33).

È questa folata di Spirito Santo che porta lo stesso Francesco, negli Evangelii gaudium, al punto 53, a rendere manifesto la «cultura dello scarto» («Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. [E] gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”»). È la medesima “novità” dello Spirito che, al Successore di Pietro, gli ha suggerito la sfidante definizione di «mondanità spirituale», «che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa». In altri termini, «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimprovera ai farisei: “E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? (Gv 5,44)”» (n. 93). Basta guardarci intorno: quante omelie senza amore! Quante parole senza amore! Quanti giudizi senza amore! Quanto egocentrismo e non “cristocentrismo”! Quanto “successo personale” e non “gloria di Dio”! Quante «chiacchiere vuote» (1 Tim 6,20), chiacchiere che dividono e non moltiplicano!

«L’evangelizzazione è cristocentrica, perché prima di ogni cosa annuncia una Persona; la Parola che abbiamo accolto è una Persona. Molti dicono di credere in Dio, ma non sanno in chi credono; credono anche nell’esatto contrario, e magari fanno dire a Dio quello che non ha mai detto, o vorrebbero che il Papa, il Magistero, confermassero ciò che Dio non ha mai pronunciato».

“Evangelizzata, la Chiesa invia gli evangelizzatori”
«Evangelizzata, la Chiesa a sua volta, invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva… Dà loro mandato che essa stessa ha ricevuto e li manda a predicare: ma non a predicare le proprie persone o le loro idee personali, bensì un Vangelo, di cui né essi, ne essa sono padroni e proprietari assoluti per disporne a loro arbitrio, ma ministri per trasmetterlo con estrema fedeltà» (n. 15).

«Sono parole che pesano. Non ci si improvvisa evangelizzatori! Non si strumentalizza il Vangelo! Non ci si appropria di ruoli, né ci si attribuisce compiti. Evangelizzare è sempre un fatto ecclesiale. Deve rimandare a una comunità a cui si appartiene, deve essere espressione di una sottomissione fraterna. Un principio che Paolo VI chiarisce ulteriormente indicando le due convinzioni che l’evangelizzatore deve avere in sé.

Prima convinzione

“La prima: evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale… Ciò presuppone che l’evangelizzatore agisca non per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa (Evangelii nuntiandi, n. 60).

Seconda convinzione

“Nessun evangelizzatore è padrone assoluto della propria azione evangelizzatrice, ma deve farlo in comunione con la Chiesa e con i suoi pastori” (Ibid.)».

«Duc in altum (Lc 5,4) è il comando che può farci solcare le onde dell’Evangelo con lo stesso entusiasmo degli apostoli, fieri della presenza di Gesù nella loro vita. Essi attraversavano le sponde del lago di Tiberiade accompagnando Gesù nel suo ministero salvifico: il Signore era con loro, nessun male li avrebbe potuti sopraffare. Se, dunque, accettiamo la proposta di “prendere il largo” nel nome di Gesù, se ci diciamo pronti a seguirlo lungo i sentieri insidiosi, aridi, talvolta desertici della vita, allora dobbiamo postulare un elemento discriminante della vita di Gesù: il discepolato. Ma chi è il discepolo?».

“Discepolo” deriva dal latino, discipulus, ovvero, “allievo”. Deriva, a sua volta, da discere, che vuol dire “apprendere”. Ebbene, Gesù scelse 72 discepoli, per predicare: «[…] Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10, 1).

Diversa, invece, è la definizione di “apostolo”. Dal greco, apóstolo, significa “inviato”. «Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli» (Lc 6,13). E «ne costituì dodici, perché stessero con lui e potesse mandarli a predicare, e perché avessero il potere di guarire le infermità e di scacciare i demòni» (Mt 3,13-15). Alcuni apostoli, ad esempio, sono stati: Pietro, Giovanni, Giacomo, Filippo, Andrea, Tommaso, Matteo, Giuda Taddeo, ecc.

Ora, dal punto di vista “carismatico”, chi è il discepolo? A fornirci una preziosa definizione è Salvatore Martinez, il quale ha scritto: «Per un cristiano, vivere significa amare. Vivere è un continuo “imparare” ad amare. Non c’è, allora, chiamata, non c’è vocazione più alta di questa: farsi discepoli dell’amore. Ogni chiamata di Gesù, di cui i Vangeli ci danno notizia, è una chiamata a diventare amore, per sé e per gli altri. L’invito perentorio di Gesù, quel «seguimi» rivolto ai quattro pescatori «lungo il mare di Galilea» (Mc 1,16-17), è sempre una chiamata a divenire “discepolo dell’amore”. “Seguimi” deve tradursi, allora, con “vieni e impara ad amare”. Il discepolo è un alunno. Un alunno che ha un maestro da imitare. Del maestro, il discepolo studia tutto, ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola. Non ha altro desiderio se non somigliargli. L’impegno è amare. Il premio essere amati. Figli in quanto discepoli».

Note bibliografiche
Evangelii nuntiandi. Esortazione apostolica sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, Paolo VI, EDB, Bologna, 2014, p. 22.
Ibid.
Ivi, p. 12.
Ivi, pp. 16 – 17.
Spalanca il cuore a Gesù e annuncia il Vangelo!, Salvatore Martinez, Edizioni RnS, Roma, 2013, p. 26.
Paolo VI, Evangelii nuntiandi, op. cit., p. 17.
S. Martinez, Spalanca il cuore a Gesù…, op. cit., p. 27.
Incontro del Santo Padre Francesco con le Comunità di Vita Cristiana (CVC) e la Lega Missionaria Studenti d’Italia, Aula Paolo VI, giovedì 30 aprile, vatican.va.
Ibid.
Udienza ai Rappresentanti dei Media, Discorso del Santo Padre Francesco, Aula Paolo VI, 16 marzo 2013, Libreria Editrice Vaticana.
Evangelii gaudium. Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Papa Francesco, Paoline, Milano, 2013, pp. 45 – 46.
Ivi, p. 76.
Sospinti dallo Spirito. Ripartiamo dal Cenacolo, Salvatore Martinez, Edizioni San Paolo, Milano, 2014, p. 135.
Paolo VI, Evangelii nuntiandi, op. cit., p. 18.
Ibid.
S. Martinez, Spalanca il cuore a Gesù…, op. cit., p. 28.
S. Martinez, Sospinti dallo Spirito…, op. cit., p. 23.
Ivi, pp. 23 e 25.

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