“Rinascere dall’alto”: la Nuova Evangelizzazione (II Parte)

di del 23 giugno, 2015

La seconda parte del dossier inizia con l’esplicitazione dell’azione missionaria originata dallo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità – per alcuni, “il Grande sconosciuto” – grazie a cui si concretizza l’evangelizzazione, l’uscita dal “Cenacolo”. Di fatto, la Chiesa nasce il giorno di Pentecoste, quando, cinquanta giorni dopo la Pasqua, il Paraclito (lo Spirito Santo), «come all’irrompere di un vento impetuoso» (At 2,1), scende sugli apostoli – riuniti con Maria – e, ungendoli, li manda nel mondo a predicare «le grandi opere di Dio» (At 2,11). Ma attenzione: non c’è Pasqua senza Pentecoste, giacché «la Pasqua è la definitiva e piena rivelazione del mistero di Cristo (come abbiamo ottenuto la salvezza); la Pentecoste è la definitiva e piena rivelazione del mistero dello Spirito (come riceviamo e partecipiamo agli altri l’esperienza di Gesù che ci salva)» (S. Martinez, Sospinti dallo Spirito). A conclusione di questo paragrafo, ne seguiranno altri due, dedicati al “Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze” (9 – 13 novembre 2015) e all’“Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), entrambi espressioni concrete della Nuova Evangelizzazione. Del resto, soltanto “uscendo”, “annunciando”, “abitando”, “educando”, “trasfigurando”, possiamo «proclamare l’anno di misericordia del Signore» (Is 61,2).

L’azione missionaria dello Spirito Santo. “Vieni”…”vai”. La nostra fede è un continuo “andirivieni”, venire e andare. Tuttavia, «non potremo andare agli altri, se prima non saremo andati a Gesù. “Venite dietro a me” (Mt 4,19), è l’espressione della chiamata, l’inizio del discepolato; “andate in tutto il mondo” (Mc 16,15), è l’espressione del mandato a evangelizzare, l’inizio della missione». In altre parole, «il verbo “vieni” è il tempo della scoperta di Gesù; il tempo “vai” è il tempo della rivelazione di Gesù. Il tempo “vieni” è il tempo della ricezione dello Spirito, così come ci riuniamo in preghiera; il tempo “vai” è quello della trasmissione delle “cose” ispirate dallo Spirito nella preghiera. Il tempo del “vieni” è il tempo dedicato all’amore per Gesù, che ci raggiunge; il tempo del “vai” è il tempo dell’amore da consegnare agli uomini. Il tempo del “vieni” è il tempo della ricostruzione personale; il tempo del “vai” è quello in cui Dio ci manda a ricostruire la storia. Quindi, se si viene a Gesù e si va nel mondo, questa è già vita eterna!».

“L’apostolo delle genti”: l’esempio di San Paolo. San Paolo fu messo in movimento dal Vangelo facendo, si stima, «almeno 6800 chilometri a piedi e 9000 chilometri via mare. Dopo essere stato colpito dalla luce dello Spirito, dopo la sua stravolgente conversione, San Paolo rimase tre anni nel deserto di Arabia, nella solitudine, nella preghiera, nella riflessione. Tornato a Gerusalemme, non trovò immediatamente la comunità pronto ad accoglierlo, suscitando da subito l’invidia e la gelosia dei cristiani, che non credevano alla sua conversione. Addirittura i cristiani ebrei di lingua greca tentarono di ucciderlo. Cosicché San Paolo, ai tre anni di solitudine in Arabia nel deserto, dovette aggiungere altri quattro anni di solitudine a Tarso (At 9, 1-30)». In definitiva, «San Paolo dovrà attendere sette anni dalla sua conversione prima di iniziare la sua vera missione evangelizzatrice».

Lo Spirito: la “parresìa” di professare Cristo. Il Servo di Dio, Paolo VI, il 29 novembre 1972, in occasione dell’Udienza generale, asserì: «La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste. Ha bisogno di fuoco nel cuore, di Parole sulle labbra, di profezia nello sguardo». Ecco l’importanza capitale dello Spirito Santo. Senza lo Spirito, i conti della Nuova Evangelizzazione non tornano! Senza lo Spirito Santo, saremo come i costruttori che faticano invano. Dove c’è lo Spirito Santo, c’è vita, dentro e fuori la Chiesa. Dove c’è lo Spirito Santo, ci sono i carismi che edificano, brulicano, “servono”. Dove c’è lo Spirito Santo, non impera il potere dei soldi, bensì dell’uomo (“rinato dall’alto”). Regna, in poche parole, il potere di Dio, «l’unico in cui c’è salvezza» (At 4, 12).

Negli Evangelii gaudium, c’è scritto: «Evangelizzatori con Spirito vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo» (n. 259). È lo Spirito Santo che «infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (“parresìa”). Invochiamolo oggi, ben fondati sulla preghiera, senza la quale ogni azione corre il rischio di rimanere vuota e l’annuncio alla fine è privo di anima». «Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano» (n. 262).

La preghiera: “adulazione”, “adorazione”, “adozione”. Pregare, meglio se in ginocchio, prostràti ai piedi di Gesù. Dobbiamo umiliarci, morire a noi stessi, capire che, senza Dio, «non possiamo far nulla» (Gv 15,5). Molti sono “adulatori di Gesù”, non “adoratori di Gesù”. Occorre fare questo passaggio: da “adulare” ad “adorare” il Verbo incarnato, per poi “portare, annunciare, proclamare”. “Adulazione”, “adorazione”, “adozione”: ecco in cosa dobbiamo impiegare le nostre – umili – forze. Ecco dimostrato il fine verso cui tendere: «Tutto per la gloria di Dio» (1Cor 10,31).

Ma cosa vuol dire “pregare”? «Pregare è realizzare un incontro misterioso fra due persone: tra me e Dio. Quando noi preghiamo Dio non è più lontano, ma vicino; non è più morto, ma vivo. Pregare è fare entrare Dio nelle nostre fragilità e nelle situazioni di debolezza in cui ci troviamo. Il “cadere” si risolve nella luce di Cristo e non nella tentazione di estraniarsi dalla croce; invece, il “rialzarsi” ha il sapore della speranza. Pregare è sapere tacere e ascoltare, per riconoscere la voce e i silenzi di Dio. Pregare è rallegrare il cuore di Dio, per entrare nel cuore “danzante” della Trinità. Sa rallegrare il cuore di Dio chi sa “benedirlo in anticipo”». Pertanto, il tempo dedicato alla preghiera non è inutile o scontato, non è un “tempi libero”, bensì un “tempo occupato”, un tempo vitale, poiché, senza contemplazione, non c’è mozione dello Spirito.

Il cardinale e arcivescovo cattolico polacco, Stefan Wyszyński, ha asserito: «La gente dice che il tempo è denaro; io, invece, capisco che il tempo è amore». Il tempo è testimonianza, e non possiamo rimandare la diffusione del Vangelo. «Non c’è Chiesa senza evangelizzazione, non c’è evangelizzazione senza testimonianza, non c’è testimonianza senza effusione dello Spirito, non c’è effusione dello Spirito senza attesa orante e promessa di Dio». Anche Paolo VI si è espresso al riguardo: «C’è dunque un legame profondo tra il Cristo, la Chiesa e l’evangelizzazione. Durante questo tempo della Chiesa è lei che ha il mandato di evangelizzare. Questo mandato non si adempie senza di essa, né, e ancor meno, contro di essa» (n. 16). Per ovvia conseguenza, «chi è stato evangelizzato, a sua volta, evangelizza» (n. 24).

La crisi spirituale del nostro tempo. Il “ritorno” a Dio. La nostra società è abitata da “nuove” ideologie, spesso snaturate e perverse, le quali hanno la pretesa di dividere, annebbiare, incenerire il piano salvifico di Dio. Tante sono le problematiche a cui l’uomo deve far fronte, e la Chiesa – costituita da uomini, a partire dal Romano Pontefice, per cui chiede sempre un’accorata preghiera –, non può far finta di non vedere. Karl Barth, teologo svizzero del secolo scorso, amava ripetere che un cristiano deve sempre andare in giro con la Bibbia in una tasca e il giornale nell’altra. Di fatto, l’evangelizzatore non può allontanarsi dalla realtà, non può distrarsi dalle vicende del mondo, ma vivere nel mondo, annunciando la speranza, «Gesù Cristo, che è la risposta alle domande più profonde del cuore dell’uomo». Pertanto, tematiche come il matrimonio tra omosessuali, la teoria del “gender”, la convivenza, l’aborto, la fecondazione eterologa, non devono porci sul ciglio del marciapiede, bensì all’interno della carreggiata.

Bisogna tornare all’“essenziale”, a Dio, alla Sua volontà, alla Sua verità, non adeguarci alla “colonizzazione ideologica” del nostro tempo. Ricordiamoci che siamo nel mondo, «ma non del mondo» (Gv 15,19). A tal riguardo, ricorriamo alle parole del Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, il quale, recentemente, parlando agli studenti dell’Università Santa Croce, in Roma, a proposito del matrimonio e della famiglia, ha affermato: «Togliete dagli occhi la cataratte delle ideologie, che vi impedisce di vedere la realtà».

Su questi temi, difatti, si sta interrogando la Chiesa Universale e Particolare, che, tra il 9 e il 13 novembre 2015, converrà a Firenze, per il quinto Convegno Ecclesiale Nazionale, che i Vescovi hanno intitolato: “In Gesù Cristo il Nuovo Umanesimo”.

Le linee guida del Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze. Al centro dell’attenzione è sempre rimasta l’evangelizzazione, «attuata in spirito di dialogo con il contesto sociale italiano. La Chiesa, infatti, non esiste per parlare di sé né per parlarsi addosso, bensì per annunciare il Dio di Gesù Cristo, per parlare di Lui al mondo e col mondo. La modernità ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento cieco del creato che mette a repentaglio i suoi equilibri. È tempo di affrontare tale crisi antropologica con la proposta di un umanesimo profondamente radicato nell’orizzonte di una visione cristiana dell’uomo, ricavata dal suo messaggio biblico e dalla tradizione ecclesiale. Perché questo dialogo col mondo sia possibile, dobbiamo affrontare insieme quella che gli Orientamenti Pastorali definiscono una vera e propria “emergenza educativa”, “il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”».

“Come superare l’Io”? Di questo interrogativo, il Convegno Ecclesiale di Firenze vuole farsi carico, per ripensare il rapporto tra Dio e l’uomo – e degli uomini tra loro – guardando a Cristo Gesù. «Non siamo Dio, ma siamo da Dio, per Dio. Non possiamo più pensare: “O Io, o Tu”, ma “Io grazie a Te”. “Essere uomo” significa per ciascuno di noi fare i conti con l’esperienza dei nostri limiti, da intendere non come dei rassicuranti confini cui rassegnarci, ma come una soglia da valicare continuamente, per incontrare e conoscere ciò che sta oltre noi e rientrare poi in noi e sedimentare nella nostra coscienza il senso dell’incontro e i contenuti della conoscenza».

In questo modo, gli ambienti quotidianamente abitati – come la famiglia, l’educazione, la scuola, il creato, la città, il lavoro, i poveri, gli emarginati, l’universo digitale, la rete –, sono diventati quelle “periferie esistenziali” che s’impongono all’attenzione della Chiesa Italiana. «Sono le “cinque vie” suggeriteci dal Pontefice nella Esortazione Apostolica, Evangelii gaudium. E sono: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Cinque verbi che non si accostano semplicemente l’uno all’altro, ma si intrecciano tra loro e percorrono trasversalmente gli ambienti che quotidianamente abitano».

La prima via: uscire. Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium ha chiaramente esplicitato che «la Chiesa ‘in uscita’ è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che si accompagnano, che fruttificano e festeggiano. […] Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. […] Trova il modo per far sì che la Parola s’incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti (n. 24)». Ascoltare lo smarrimento della gente, di fronte alle scelte drastiche che la crisi globale sembra imporre; raccogliere, curare con tenerezza e dare luce ai tanti gesti di buona umanità che pure in contesti così difficili sono presenti, disseminati nelle piaghe del quotidiano. Offrire strumenti che diano lucidità ma soprattutto serenità di lettura, convinti che, anche oggi, i sentieri che Dio apre per noi sono visibili e praticati».

La seconda via: annunciare. «Le tante povertà, antiche e nuove, che a crisi evidenzia ancor di più, si condensano nella povertà constatata da Gesù con preoccupazione: la carenza di operai che annunciano il Vangelo della misericordia (gli apparivano “come pecore senza pastore”, ricorda l’evangelista Matteo 9,36). La gente ha bisogno di parole e gesti che, partendo da noi, indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio».

La terza via: abitare. «Il cattolicesimo non ha mai faticato a vivere l’immersione nel territorio attraverso una presenza solidale, gomito a gomito con tutte le persone, specie quelle più fragili (la parrocchia è parà-oikía, vicino alla casa). Nelle attuali veloci trasformazioni, e in qualche caso a seguito di scandali, corriamo il rischio di perdere questa presenza capillare, questa prossimità salutare, capace di iscrivere nel mondo il segno dell’amore che salva». Del resto, l’invito della Chiesa istituita da Francesco è “povera per i poveri”. A tal riguardo, Salvatore Martinez evidenzia che «il comandamento dell’amore di Gesù si deve fondare su una consapevolezza: il fratello, il mio prossimo non sono io proiettato in lui. È altro da me; e il fatto che non sia “identico a me” non deve mai diventare una malattia! Stiamo in guardia, dal pericolo di creare da noi stessi i nostri nemici!». Poi ammonisce: «Anche il servizio fraterno più sincero corre il rischio di pervertirsi in potere e dominio».

La quarta via: educare. «L’educazione occupa uno spazio centrale nella nostra riflessione sull’umano e sul nuovo umanesimo. […] Educare è un’arte: occorre che ognuno di noi l’apprenda nuovamente, ricercando la sapienza che ci consente di vivere in quella pace tra noi e con il creato che non è solo assenza di conflitti, ma tessitura di relazioni profonde e libere». In altre parole, «la formazione permanente di giovani e adulti riceve un apporto fondamentale dall’educazione all’ascolto, alla lettura ecclesiale e personale della Scrittura. […] Ogni vera formazione cristiana ha come scopo la vita ed in essa la testimonianza della carità di Cristo». Non dimentichiamo le parole del Beato Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni. È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità» (n. 41). In quest’orizzonte, è sintetizzato il dinamismo dell’agire ecclesiale, dell’annuncio, del “fare esodo”, «che porta la Chiesa a incontrare il volto di ogni uomo. È compito dell’evangelizzazione favorire in ogni persona l’incontro con Cristo, lasciando che il Vangelo impregni la propria vita, nei suoi passaggi e nelle sue sfide, nelle proprie relazioni ed esperienze».

La quinta via: trasfigurare. «Le comunità sono nutrite e trasformate nella fede grazie alla vita liturgica e sacramentale e grazie alla preghiera. Esiste un rapporto intrinseco tra fede e carità, dove si esprime il senso del mistero: il divino traspare nell’umano, e questo si trasfigura in quello. […] La via dell’umano inaugurata e scoperta in Cristo Gesù intende non soltanto imitare le sue gesta e celebrare la sua vittoria… [ma] mantiene in lui il compimento, perché prosegue la sua stessa opera nella convinzione che lo Spirito che lo guidò è in azione ancora nella nostra storia, per aiutarci a essere già qui uomini e donne come il Padre ci ha immaginato e voluto nella creazione».

Il Giubileo della Misericordia. Un altro avvenimento centrale della “Nuova Evangelizzazione” è il Giubileo Straordinario della Misericordia. Papa Francesco ha espresso questo desiderio venerdì 13 marzo, alla vigilia della Quarta Domenica di Quaresima, in occasione della Celebrazione Penitenziale, in San Pietro. In quest’occasione, il Pontefice, ha affermato: «Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio. È un cammino che inizia con una conversione spirituale; per questo ho deciso di indire un Giubileo Straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: “Siate misericordiosi come il Padre” (Lc 6,36). E questo specialmente per i confessori! Tanta misericordia!». Non a caso, il Santo Padre ha affidato l’organizzazione di questo Giubileo al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (Mons. Rino Fisichella), «perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare ad ogni persona il Vangelo della Misericordia». Poi ha puntualizzato: «Non dimentichiamo che Dio perdona tutto e perdona sempre».

L’Anno Santo inizierà l’8 dicembre 2015, Solennità dell’Immacolata Concezione con l’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Pietro e si concluderà il 20 novembre 2016, Solennità di Gesù Cristo Signore dell’Universo. L’8 dicembre, inoltre, ricorrerà pure il cinquantesimo Anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

La “Misericordia” e la “Nuova Evangelizzazione”. Nelle parole di Papa Francesco, i cattolici sono chiamati ad “evangelizzare” il mondo da essi dimorato con l’afflato del “Buon Pastore”, proclamando, a chiara voce, che Dio è «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà» (Ef 34,6). «Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (n. 2). In effetti, menzionando le parole del Santo Padre, «era giunto il momento di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede» (n. 4). Corroboriamo che si tratta di un appello a «servire l’uomo, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità» (n. 4).

La misericordia: essere “cultori di Dio”. Ma cosa siamo chiamati ad annunciare? Nella parola “misericordia” c’è l’apologia dell’amore di Dio: la guarigione, la liberazione, l’amore, il perdono. Di fatto, «il perdono delle offese – ha scritto il Papa nella Bolla – diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici» (n. 9). Poi ha aggiunto: «Senza la testimonianza del perdono, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto isolato. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza» (n. 10). «La Chiesa – ha rimarcato il Pontefice – ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare dal Padre» (n. 12).

In queste parole, è palesato il “servizio” cui dobbiamo assolvere: essere “cultori di Dio”, messaggeri di pace, di amore, non “colti su Dio”. Oggi, il mondo reclama la necessità di essere “fasciato”, ascoltato, cercato, accolto, abbracciato. Essere “colti su Dio” e non saper trasmettere il linguaggio dell’amore di Dio, non serve a nulla. È come quel vignaiolo che piantò – invano – un albero di fichi che non diede frutto; al tale, Gesù disse: «Taglialo! Perché deve sfruttare il terreno?» (Lc 13,6-9). Anche Satana è colto, coltissimo! E le ingegna tutte, pur di allontanarci da «l’unico in cui c’è salvezza» (At 4,12).

Quindi, ha specificato il Papa nella Bolla, «non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato» (Lc 6,37). «Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio – ha sottolineato Francesco – nessuno può diventare giudice del proprio fratello. Gli uomini, infatti, con il loro giudizio, si fermano alla superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo» (n. 14). Non giudicare e non condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto» (n. 14).

Dunque, facciamo attenzione a non incappare in quest’errore, ovvero, mentre «gli uomini cercano il pane del perdono, noi li sfamiamo con la pietra del rancore e della non riconciliazione. Gli uomini cercano il pane della Parola, noi li sfamiamo con la pietra delle nostre parole senza amore. Gli uomini cercano il pane vivo, il cibo del cielo, l’Eucaristia, per essere salvati, noi li affamiamo con la pietra del digiuno di Cristo e di tanti inutili rimedi alla salvezza. Gli uomini cercano il pane della carità, noi li facciamo morire di fame con la nostra indifferenza, pronti solo a ricevere, senza nulla voler dare».

In definitiva, servendoci del motto dell’Anno Santo: «Misericordiosi come il Padre» (Lc 6,36), con gioia, con fede, proclamiamo che «Dio è sempre disponibile al perdono e non si stanca mai di offrirlo in maniera sempre nuova e inaspettata» (n. 22). Non solo: annunziamo pure che «nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati», finanche «l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane» (n. 22).

Attenti a non diventare “diavoli”, quando, parlando a noi stessi (o agli altri), ci chiediamo: «Come faccio ad avere tanto coraggio?»; oppure: «Ho sbagliato proprio tanto nei riguardi di quel fratello! Dio non mi perdonerà». In quel preciso istante, sovveniamoci che, servendosi di questi interrogativi, Satana ci distoglie dallo sguardo – “misericordioso e pietoso” – di Dio, in forza del quale, al contrario, possiamo affermare: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Con umiltà.

Note bibliografiche
S. Martinez, Sospinti dallo Spirito,… op. cit., pp. 81 – 82.
Ivi, p. 82.
Ivi, p. 83.
Papa Francesco, Evangelii gaudium, op. cit., p. 194.
Ibid.
Ivi, p. 195.
Sulle orme dello Spirito. Per un cammino di vita nuova, Salvatore Martinez, Edizioni RnS, Roma, 2005, pp. 61 – 63.
S. Martinez, Sospinti dallo Spirito, op. cit., p. 88.
Paolo VI, Evangelii nuntiandi, p. 16.
Spirito Santo e Nuova Evangelizzazione, Giovanni D’Ercole, Edizioni RnS, Roma, 2013, p. 79.
In Gesù Cristo il Nuovo Umanesimo. Invito a Firenze 2015 per il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale, Cei, pp. 6 – 9.
Ivi, p. 10.
In Gesù Cristo il Nuovo Umanesimo. Una traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale, Cei, Àncora, 2014, pp. 45 – 46.
Ibid.
Ivi, p. 48.
Ivi, p. 50.
S. Martinez, Sospinti dallo Spirito…, op. cit., p. 129.
Ibid.
Cei, In Gesù Cristo… Una Traccia…, op. cit., p. 52.
Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, Cei, Editrice Elledici, Palermo, 2014, p. 42.
Paolo VI, Evangelii nuntiandi…, op. cit., p. 40.
Cei, Incontriamo Gesù…, op. cit., pp. 44 – 45.
Cei, In Gesù Cristo… Una traccia…, op. cit., p. 53.
Omelia del Santo Padre Francesco, Basilica Vaticana, Venerdì 13 marzo 2015, Libreria Editrice Vaticana. La Bolla di Indizione del Giubileo è stata resa manifesta sabato 11 aprile 2015, alla Vigilia della Domenica della Divina Misericordia.
Misericordiae vultus. Bolla di Indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2015.
Ivi, pp. 5 – 6.
Ibid.
Ivi, p. 16.
Ivi, p. 18.
Ivi, p. 20.
Ivi, p. 22.
Ivi, p. 23.
S. Martinez, Sospinti dallo Spirito…, op. cit., p. 50.
Papa Francesco, Misericordiae vultus, op. cit., p. 39.
Ivi, p. 40.

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