«“Laudato si’”»: l’Enciclica di Francesco

di del 7 luglio, 2015

Laudato si’. Sulla cura della casa comune”. Consegnata a Roma, il 24 maggio 2015, Solennità di Pentecoste, la seconda Lettera Enciclica di Papa Bergoglio (la prima, “Evangelii Gaudium”, nel 2013, ndr) può considerarsi un prezioso dono dello Spirito Santo, da “fecondare” per “moltiplicare”. Essa prende il nome dall’invocazione del “poverello” di Assisi, San Francesco, «Laudato si’, mi’ Signore», nel cui “Cantico delle creature” ricorda che la terra, «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1). Noi stessi «siamo terra (Gen 2,7). Il nostro corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora» (2). A tal proposito, è proficuo portare alla mente che la parola “Adamo” – il primo uomo ad essere creato – in ebraico, ‘Adamah’, significa “terra, suolo”; di fatto – come si apprende dalla Genesi – «il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita» (2,7). Parimenti, anche i verbi “coltivare” e “custodire” – centrali nello sviluppo dell’Enciclica – derivano dall’ebraico: “coltivare”, ‘abad’, vuol dire “servire”; “custodire”, ‘šâmar’, ovvero, “stabilire un’alleanza”. A ben vedere, è questo l’obiettivo kerigmatico di “Laudato si’”: ricondurre l’uomo a Dio, ristabilendo una “nuova alleanza”, per considerare la “casa comune” – il creato – come “dono” di cui “prendersi cura”. Nella Bibbia – dettaglia Bergoglio nell’Enciclica – «il Dio che libera e salva è lo stesso che ha creato l’universo» (73); pertanto, «l’esistenza umana si basa su tre relazioni strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra». Di fatto, «i cristiani – puntualizza – avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede» (64). Contrariamente, oggi, ammonisce Francesco, c’è «un vero “debito ecologico”» (52), soprattutto del Nord nei confronti del Sud del mondo. E, di fronte ai mutamenti climatici, vi sono «responsabilità diversificate» (52), e quelle dei Paesi sviluppati sono maggiori. In modo particolare, il Pontefice imputa all’essere umano la «tremenda responsabilità» (90) nei confronti del creato, giacché «l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti» (95). Discernendo le cause di questo malvagio e disobbediente comportamento dell’uomo, il Successore di Pietro torna a rimarcare le cause di tale disastro ambientale, ossia, la “cultura dello scarto”, l’idolatria del denaro (che, come postilla nell’Evangelii Gaudium, dovrebbe «servire e non governare», cfr. 57-58), l’assenza di «un dibattito onesto e trasparente» (188): i «Vertici mondiali sull’ambiente – esplicita il Santo Padre – non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (166). Parole dure, che provocano, pensieri sfidanti, quelli di Francesco, che suggeriscono lo studio di nuove soluzioni, attraverso ponti (e non muri!) di comunicazione che richiedono «processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo», mentre la corruzione «nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori», che, spesso, «porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare e ad un dibattito approfondito» (182). È con parresìa, franchezza, che il Pontefice si rivolge a chi ricopre incarichi politici, affinché si sottragga «alla logica efficientista e “immediatista”» (181) oggi dominante: «Se avrà il coraggio di farlo – evidenzia – potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità» (181). In definitiva, la partenza è «puntare su un altro stile di vita» (203-208), il quale apre la possibilità di «esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale» (206), col deciso proposito di «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti» (229).

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