Vescovi calabresi, restrizioni a condannati

di del 4 settembre, 2015

Chi è condannato non può essere testimone durante il Matrimonio, né può essere padrino o madrina di Battesimo e Cresima; le esequie dei condannati per mafia devono avvenire in forma semplice e non pomposa; per le feste popolari, bisogna costituire una commissione a livello diocesano. Sono queste alcune decisioni assunte dai Vescovi calabresi e menzionate nel documento “Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare”, un Direttorio pubblicato dalla Conferenza Episcopale Calabra (CEC) contente – come figura nel sottotitolo – alcuni “Orientamenti Pastorali per le Chiese di Calabria”. Centrale nel Direttorio la pietà popolare e il rischio che nel suo esercizio ci siano infiltrazioni di persone affiliate a clan mafiosi.

La pietà popolare calabrese. I vescovi non hanno inteso tradire l’identità e la tradizione dei territori – informa il Sir –, così hanno dedicato il primo capitolo del Direttorio a dare ragione dell’importanza della tradizione popolare e delle pratiche religiose, dappertutto diffuse nella penisola calabrese. La pietà popolare – è scritto – «costituisce un vero tesoro», ma «va incanalata dal Vangelo di Cristo» e «tenuta al riparo da eventuali usi impropri e illeciti, o addirittura immorali e peccaminosi».

I Sacramenti: restrizioni ai condannati. «A persone condannate dal competente organo giudiziario dello Stato con sentenza definitiva per reati di ‘ndrangheta e simili, o che risultino affiliate, o comunque contigue, ad associazioni ‘ndraghetiste e, con il loro operato o connivenza, siano strumenti per la loro affermazione dal territorio – si evince dal Documento – non va rilasciato dalle autorità ecclesiastiche il permesso di fungere da padrino o madrina nelle celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, e da testimoni nel sacramento del Matrimonio». Attinente alle esequie di persone condannate per reati di mafia, invece, i Vescovi rimarcano che «se non c’è stato un loro precedente espresso rifiuto della celebrazione religiosa, la Chiesa concede anche ad essi il conforto delle esequie religiose», a condizione che siano celebrate «in forma semplice, senza segni di pomposità, di fiori, canti, musiche e commemorazioni».

Feste popolari, il Comitato: “no” ai condannati. In relazione all’organizzazione delle feste popolari, il Direttorio dispone che «il Comitato per la festa viene rinnovato annualmente dal parroco con l’assenso del Consiglio pastorale, e ne possono far parte esclusivamente fedeli del territorio parrocchiale, stimati per l’ordinaria condotta di vita di fede, sempre attivi nella collaborazione pastorale (e non soltanto in coincidenza con la festa), mentre devono restarne del tutto esclusi i soggetti con problemi penali, civili, tributari e amministrativi e che siano stati dichiarati colpevoli da sentenze passate in giudicato». Inoltre, oggi, i Vescovi chiedono che «presso le Curie diocesane si costituisca un’apposita Commissione, il cui compito è di esaminare preventivamente i programmi che i parroci debbono presentare almeno un mese prima»; «che le statue con Cristo, della Vergine e dei Santi, anche nei momenti di sosta, non devono mai guardare case, persone, edifici, con eccezione di ospedali e case di cura con degenti parrocchiani». Vietate, in ultima istanza, anche la raccolta delle offerte, i fuochi d’artificio e le immagini coreografiche.

Formazione e lo “sportello advocacy”. Accanto a quanto finora esplicitato, va aggiunto che i Vescovi pretendono «formare e catechizzare le coscienze, specialmente di coloro che organizzano, coordinano e mantengono viva la devozione popolare nelle processioni e feste. Inoltre, verrà disposto un piano di formazione sistematico per il clero, i seminaristi e le persone di vita consacrata allo scopo di dare vita a uno «“sportello di advocacy”», «forte della presenza di professionisti volontari, nel quale indirizzare le segnalazioni e le denunce a violazioni dei diritti, illegalità, soprusi, estorsioni». L’invito rivolto alle parrocchie attiene all’incentivo del «dibattito culturale sui temi della socialità, della giustizia, dell’impegno civile e della partecipazione, coinvolgendo tutte le componenti della comunità ecclesiale». Inoltre, i Vescovi reclamano ai sacerdoti «di assumere sino in fondo la responsabilità dei bambini, dei ragazzi e dei giovani che passano dalle parrocchie e dai gruppi, pensando ad una pastorale realmente nuova, capace di coniugare conoscenze, testimonianze ed esperienze». E in conclusione: «prevedere, progettare idonei percorsi formativi sul tema dell’educare in contesti mafiosi, utilizzando sussidi specifici, affinché piccoli e giovani siano aiutati a percepire la gravità del fenomeno».

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